giovedì 16 maggio 2013

Lo scrittore scalzo

C'erano una volta in Cina i medici scalzi. Non avevano frequentato scuole imperiali di grido, non erano di casa presso le dimore dei mandarini. Semplicemente giravano per le campagne prestando la loro opera in silenzio. Oggi uno scrittore indipendente, che non sia di casa presso grandi editori, che non rifulga della luce delle condivisioni artefatte della frettolosa attenzione dei luoghi digitali, che non venga citato dalla contemporaneità dei media, che non vada alle fiere letterarie è molto simile a quei medici. Gira anche lui per le campagne, portando all'attenzione del mondo i suoi pensieri, i suoi libri, i suoi ebook. E come un ragazzino che nella pianura delle risaie una volta andava a pescare le rane, così oggi lo scrittore scalzo si arma di pazienza, si ferma ad assaporare il paesaggio e getta la sua piccola esca, nell'attesa di quel felice momento in cui forse passerà un lettore con cui condividere pensieri e sentimenti.

mercoledì 15 maggio 2013

Il successo di Pinterest is a dream?

Pinterest is a dream? versione inglese del mio ebook Pinterest è un sogno? ha avuto un grande successo tra i lettori statunitensi. Qui le recensioni su Amazon.

La versione di Kindle di Padania Blues. La recensione di una lettrice

Una bellissima recensione alla versione di Kindle di Padania Blues. Ed è ancora più significativa perché arriva da una lettrice. Qui tutte le recensioni su Amazon.
Piccoli dettagli irrisolti o del tutto soluzionati e le nebbie della pianura sono quelle di ogni luogo nel mondo.Cattiverie inattese che scoprono il nervo di un’umanità falsamente ecumenica e mite.Bontà paradossali e non te le aspetteresti mai, chiuso nei confini provinciali dei tuoi archetipi padani.Schegge che si piantano sotto le unghie mentre cerchi di calmare la tua crosta dalla noia d’una puntura e ti risalgono al cuore lungo le vene.Acidi irrefrenabili che rivolano in succhi già compressi da un diligente e rassegnato Super-io; irritanti come lo è la verità svelata e inconfutabile a una ragione che suona di moneta.Ossimori fastidiosi che mitigano in dolci consuetudini. Negli argini di campi di riso, fuori dal tempo e dallo spazio ma dentro ad ogni luogo del ricordo in un “ovunque” atteso e un consueto “fuori-che-qui”.Logici, come di rado il genere umano.Belli.Racconti

martedì 14 maggio 2013

Tracce di Territorio, il messaggio di Gian Arturo Rota

Sabato 11 maggio si è tenuta la cerimonia di premiazione dell'edizione 2013 del Premio Letterario Nazionale Tracce di Territorio, di cui sono uno dei fondatori. Il premio è stato assegnato a Gian Arturo Rota e Nichi Stefi autori del libro Luigi Veronelli-La vita è troppo corta per bere vini cattivi, edito da Giunti/Slow Food Editore. Gian Arturo Rota non ha potuto essere presente e ci ha inviato questo significativo messaggio.

Buongiorno a tutti. Mi spiace molto essere assente. Me lo impedisce la coincidenza di data con un impegno personale non spostabile. 
Grazie a Tracce di Territorio e ai componenti della giuria.
 
Tracce di Territorio. Le due parole del nome mi suggeriscono questa riflessione.
Traccia. Mi soffermo, più che sul significato di impronta, su quello di "portarsi in un luogo" (espressione nata nel medio evo per indicare gli spostamenti nelle battute di caccia).
Territorio. Penso a Veronelli. In quanti luoghi (territori) - che lui chiamava terre, perché più circoscritte, individuali - si è portato? In molti. E gli piaceva camminarli.
 
Non credo di esagerare se affermo che ovunque si sia portato ha lasciato traccia.
Qui sì, nel senso di impronta; talvolta feconda, talvolta meno. A seconda di chi lo ascoltava: i contadini in toto, gli industriali no, o forse si, ma poi giravano la testa dall'altra parte.
In nessun caso tuttavia, tracce perse, perché ciascuna portatrice di un pensiero chiaro, preciso e, contro le logiche di massa proprie degli industriali, giusto.
 
Per il nostro libro, abbiamo recuperato un bel numero di tracce, quelle che segnano le istanze principali del vissuto veronelliano; e ci siamo ispirati al fondamento del suo disegno, la cui eco ancora risuona, oggi più che mai: la terra (il territorio) è centrale, "la terra è l'anima".
Gian Arturo Rota
Io e Nichi Stefi abbiamo accolto con gioia la notizia del riconoscimento.
Ancora un grazie agli autori e agli enti che ci hanno sostenuto. Arrivederci quindi alla prossima edizione.

sabato 11 maggio 2013

#scrittoriclandestini

Mi piacerebbe inventare qualcosa per tutti gli scrittori che non vengono recensiti. Per tutti gli scrittori di cui non parlano i blog letterari che fanno parte dei primi venti delle classifiche dei blog. Per tutti gli scrittori che non vengono invitati né in radio, né in televisione, né alle fiere dell'editoria. Per tutti gli scrittori che se fregano dei social network. Ma non so se ne avrò la forza. Perché comunque so che è tra di loro che si trova la letteratura di cui si parlerà tra cento anni. L'unica cosa è forse quella di adottare uno degli aborriti hashtag #scrittoriclandestini e postarlo a più non posso. D'altra parte, come dicevano Andreas Baader e Ulrike Meinhof, bisogna battere la borghesia usando i suoi mezzi. E quindi, miei cari #scrittoriclandestini, andate su twitter, citate il vostro none e il titolo della vostra opera e aggiungete il relativo hashtag #scrittoriclandestini.
La rivoluzione, quella vera, quella che metterà nell'angolo le camarille editoriali, è appena cominciata.

mercoledì 8 maggio 2013

Blade Runner, un film, di William Burroughs (Mimesis Edizioni)


Sublimi e deliziose imposture, destrutturazioni del romanzo moderno e postmoderno, tecnica del cut- up portata alle sue letterarie (e perciò definitive nel senso dello stilema borgesiano) estreme conseguenze. Vogliamo sempre sapere tutto di Burroughs, seminatore incessante di affascinanti posture narrative, affastellatore instancabile di definizioni che (ri)vivono incessanti nella leggenda della cultura pop, nella leggenda della cultura underground, angosciosamente vitali come i riflessi dissezionati degli esseri psichici (o psicotici) che popolano la base spaziale di Solaris.
Mimesis dà alle stampe questa sceneggiatura, questa zona letteraria temporaneamente autonoma, paradigma hakimbeyano totalizzante. E così come l’espressione Heavy Metal fu mutuata e lanciata nell’universo fonico proprio da produzioni burroughsiane, così Ridley Scott si innamora del titolo (Blade Runner) di questa manifestazione letteraria del grande beatnik (definizione comunque riduttiva per Burroughs) e ne enuclea il titolo applicandolo con copia incolla geniale (autorizzato, ça va sans dire, dall’Autore delle passate e tragiche esperienze tangerine) a quella che fu la consacrazione filmica di Philip Dick.
Caleidoscopio assoluto di allucinatorie espressività, grembo gravido di tutto ciò che nasce dalle correnti sotterranee della letteratura, congegno assoluto di enunciazioni nascenti dal subliminale e acido universo delle teorie del complotto alla Cointelpro, questa sceneggiatura-romanzo-racconto breve si staglia come una struttura reichiana che tutto comprende.
Molto prima dei postmoderni, molto prima di Leary, molto prima di contenitori clandestini come la Amok Press.
Seduto in una stanza disadorna al numero 9 di rue Gît-le-Coeur, Burroughs ci guarda con la stranita consapevolezza di chi ha conosciuto l’inconoscibile.
Un libro.
Blade Runner, un film. La sceneggiatura inedita di un grande scrittore di fantascienza, di William Burroughs (a cura di Riccardo Gramantieri), (Mimesis Edizioni).

martedì 7 maggio 2013

Di bestia in bestia, di Michele Mari (Einaudi)

C’è un fardello che ogni lettore porta con sé. È il fardello delle parole lette, delle parole condivise, delle parole che ne hanno dolcemente invaso l’anima. C’è un rifugio dove ogni lettore trova, forse, riposo. È il rifugio dei libri che ha letto, amato, odiato. È il rifugio della perenne biblioteca borgesianamente infinita, così come infinite sono le storie che vivono in quella biblioteca. Quella perenne biblioteca che ne ha lenito i dolori, le disperazioni. Quella perenne biblioteca che ne ha certificato le gioie.
C’è un passato nella memoria del lettore. Un passato che ne ha testimoniato il presente. Un passato fatto dei suoni delle frasi, del ritmo degli stilemi.
Come uno stemma araldico, segnatura definitiva di ciò che il lettore è stato, è e sarà, figure e visi, ghigni e posture di personaggi e autori vanno a costruire un bestiario metafisicamente medievale che come un santino o, meglio, un ex voto vive nelle segrete tasche di chi ha avuto commercio con le storie che vivono nei libri.
C’è una storia che è (deve essere, forse) tutte le storie. C’è una storia che racconta e si racconta con le parole di altre storie.
C’è (ci deve essere, forse) un libro che è tutti i libri. Un libro fatto di libri. Un libro che racconta il mostruoso piacere del perdersi nella lettura, del perdersi in quella contraffazione più reale della realtà che è la narrazione.
Memorie, echi, risonanze. Vestigia di Poe, Stevenson, Dickens, Mary Shelley. Simulacri divini e tragici che si trasfigurano in una chimera feroce e, al contempo, domesticamente assisa sul corpo stupito di un lettore onnivoro e divorato dall’eterna impossibilità della lettura.
Tutto è destinato inevitabilmente a passare sotto il giogo di quel mutamento che forse è morte, sconfinata entropia che tutto ingurgita e che è visione assoluta dell’universo.
Un libro.
Di bestia in bestia, di Michele Mari (Einaudi).

giovedì 2 maggio 2013

L'impronta dell'editore, di Roberto Calasso (Adelphi)

Sono sicuro che moltissimi di coloro che leggeranno questo post appartengono a quella schiera di frequentatori di librerie che, ogni volta che di una di esse varca la soglia, si reca immantinente ad osservare lo scaffale dai colori definitivi dei libri Adelphi.
L’impronta dell’editore è il libro che molti lettori delle opere di Adelphi aspettavano. Un libro che non dà solo risposte alle molte domande sull'universo editoriale, ma che, in modo elegante e fermo, pone alla nostra attenzione il punto di vista di un editore di razza come Roberto Calasso. Come nasce una casa editrice, quali ne sono gli elementi che la caratterizzano, quali sono le prospettive di un’editoria che vive mutazioni epocali e attese forse inquietanti. E, come una singolarità dalle particolari esigenze e dalle affascinanti prospettive, una casa editrice è non soltanto luogo di produzione libraria e culturale, ma vero e proprio essere vivente, portatore di desideri, di passioni, di sentimenti. Roberto Calasso racconta gli inizi di Adelphi, chiarisce quel misterioso rapporto che unisce i testi di una collana, quel comune sentire che si trasfigura in suono delle parole, in ritmo, in unicità. Quell’unicità che permea quei libri che riescono a vivere al di là dei loro stessi autori.
L’impronta dell’editore è l’ideale seguito di Cento lettere a uno sconosciuto e come tale è uno di quei libri che hanno la capacità di raccontare quel filo invisibile che tutto unisce nei libri, negli autori e nelle storie. 
Non soltanto saggio, ma anche testimonianza autentica sulla nascita di una delle più significative case editrici italiane L’impronta dell’editore può essere letto sia come un vademecum per comprendere tutto quello che volevamo sapere su Adelphi, sia come utile baedeker per capire gli scenari e gli sviluppi futuri dell’editoria. Ma soprattutto è un inno all'eterna immanenza dei libri.
E l’autore, dopo quel libro, sarebbe tornato a confondersi nell’anonimato. Forse perché non intendeva essere scrittore di un’opera ma perché un’opera (quel singolo libro) si era servita di lui per esistere.
Un libro.
L’impronta dell’editore, di Roberto Calasso (Adelphi).