domenica 17 dicembre 2017

Il sedicesimo numero de Il Colophon


Questa volta andiamo in Francia. Il titolo del nuovo numero de Il Colophon (la rivista bimestrale di letteratura di Antonio Tombolini Editore) è infatti Madame Bovary c'est moi! Ogni motivazione in merito la trovate leggendo l'editoriale del direttore Michele Marziani
Ci sono anch'io, of course. Scrivo di Jean-Patrick Manchette e recensisco La Via dei Re di André Malraux e Trilogia del Nord di Céline. 
Il tutto come sempre accompagnato dalle fantastiche, ça va sans dire, illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 14 novembre 2017

La versione di carta di 6662

6662, il mio ultimo romanzo edito da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani, è ora disponibile, oltre al classico formato digitale, anche in formato cartaceo. Lo si può trovare qui insieme agli altri miei libri in versione digitale, cartacea o audiobook, oppure su Amazon o sullo store di StreetLib
La copertina è della bravissima, ça va sans dire, Marta D'Asaro.
Buona lettura!


martedì 31 ottobre 2017

L'uso dell'uomo, di Aleksandar Tišma (Calabuig)

Chissà se ci ricordiamo ancora che, nei primi anni Novanta del secolo scorso, appena qualche tempo dopo il crollo del muro di Berlino, crollo che mutò equilibri mondiali che duravano sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Jugoslavia divenne teatro di una guerra civile che, per efferatezze e crimini di guerra, riportò l'Europa a rivivere sanguinose e sanguinarie atmosfere di genocidi e pulizie etniche. Come oggi molte crisi mediorientali e africane nascono da suddivisioni territoriali disegnate a tavolino dalle ex potenze coloniali, che hanno tratteggiato confini artificiosi senza tenere conto di ataviche rivalità tribali e religiose, così la Jugoslavia è stata una creazione artificiosa partorita dal trattato di Versailles, unendo territori asburgici, slavi e ottomani e ponendo inevitabilmente le condizioni  per un conflitto etnico e religioso che soltanto l'equilibrio atomico tra Usa e Urss avrebbe momentaneamente sopito per circa mezzo secolo.
Spesso la letteratura ha il privilegio di decrittare le dinamiche degli umani in modo ben più profondo di quanto non riesca a fare l'analisi storica e L'uso dell'uomo è uno di questi interessanti esempi. Il paesaggio storico, politico, economico e sociale della Jugoslavia tra le due guerre mondiali e nel momento della presa di potere del comunismo titino, dopo la sconfitta e il crollo della Germania nazista, fa da sfondo a questo carotaggio narrativo, a questa spettrografia letteraria in cui le anime dei personaggi si alternano in un perfetto rincorrersi di voci, di accadimenti, di tragici destini, di incroci di tempi storici e di piani narrativi.
Tutte le dinamiche che sarebbero poi orribilmente esplose nella guerra civile degli anni Novanta del Ventesimo secolo sono qui presenti come ombre agghiaccianti che non aspettano altro che l'occasione più propizia per manifestarsi con ferocia disumana. Crudele e al contempo quasi fisiologica è la sovrapposizione tra la violenza delle ideologie totalitarie e le meschinità delle aspettative individuali e tra la definizione di appartenenza etnica e la grettezza delle rivalse personali; sovrapposizione che lentamente prima o poi, in qualche modo si sedimenterà nel vissuto di ognuno dei personaggi di questo romanzo
Un oggetto, il quaderno/diario di un'insegnante tedesca, attraversa gli eventi e i destini come uno spettro impalpabile nella sua fragilità e tuttavia atroce nella sua apparente e quieta normalità che altro non è se non l'esito finale della tragedia umana perpetuamente trafitta dalla banalità del male che dimora eternamente in quell'intreccio genetico e strutturale che accomuna gli dei, i demoni e gli umani.
Un libro.
L'uso dell'uomo, di Aleksandar Tišma (Calabuig).

domenica 22 ottobre 2017

Il quindicesimo numero de Il Colophon


Disponibile per la lettura degli appassionati di libri e narrazioni la nuova uscita de Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Ogni volta un argomento diverso e quello di questo numero è Fermarsi a Eboli e la scelta la spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Come sempre ci sono anch'io che scrivo di Piero Chiara, ma a modo mio, e recensisco Senti le rane di Paolo Colagrande e Il paese delle rane di Pina Rota Fo, madre del Premio Nobel Dario.
Illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura!

giovedì 31 agosto 2017

La figlia del partigiano O'Connor, di Michele Marziani (Edizioni Clichy)

Sul palinsesto della Storia altre storie si scoprono e i lettori devono essere grati allo scrittore che sa come raccontarle con elegante sapienza, quell'elegante sapienza sostenuta da un'esperienza narrativa, ricca di umiltà geniale, che traspare da uno dei pochissimi scrittori italiani che dà un senso alla definizione del mestiere di scrivere. Quello che i lettori hanno con Michele Marziani è una sorta di appuntamento scandito dallo scorrere del tempo dove, ogni tanto, appare un suo libro e già i lettori immaginano quale sarà il loro immenso piacere nel leggerlo, immenso piacere che si rinnova ogni volta che quel libro appare poi tra le loro mani. 
Sono pochissimi coloro i quali, come Michele Marziani, sanno attingere dall'infinito mondo del raccontare per poi creare veri e propri gioielli narrativi, cesellati da un maestro orefice che incide parole sul metallo grezzo della vita rendendola accessibile dai sentimenti dei lettori che, come protagonisti silenti, gradualmente si trovano a camminare fianco a fianco con i personaggi dei suoi romanzi.
Appare ora La figlia del partigiano O'Connor e il lettore si immerge nel mondo semplice e al contempo complesso di donne e uomini che affrontano i quotidiani affanni della vita e del tempo e che iniziano viaggi e percorsi alla ricerca dei ricordi, delle emozioni per troppo tempo forse celate, di una rendicontazione di cui nessuno potrà mai conoscere l'esito.
I tempi della Storia e delle storie si incrociano e si amplificano, traslando il quotidiano nel divenire dei grandi eventi e i grandi eventi nel divenire del quotidiano. I corsi d'acqua dell'alto Piemonte, l'isola di Ventotene, la Spagna, l'Irlanda, scenari e paesaggi in cui sempre la ritualità persa e ritrovata nel ricordo dei luoghi, si coniuga misteriosamente alla ritualità, anch'essa persa e ritrovata, del lato più profondo delle anime ed ecco che il viaggio di Pablita O'Connor diventa ricerca del padre ma anche ricerca soprattutto di se stessa, ricerca del suo passato, del suo presente, del suo futuro. I piani e i tempi narrativi lentamente si intersecano, appaiono personaggi che hanno avuto il privilegio di conoscere quello che altri hanno solo sentito raccontare, ma quella loro stessa conoscenza diviene anch'essa fragile perché mai si può veramente conoscere ciò che accade e Pablita O'Connor, mentre evade dalla sua quotidianità nella rinascita sia della memoria che delle emozioni, conosce un'altra Pablita che è figurazione incanutita di un palesamento di ricordi di una bambina che nell'attimo di un incontro sembra essere divenuta testimone di tutto il dramma umano e ideologico della guerra civile spagnola. Anziani gentiluomini dal sorriso da hidalgo rivoluzionario e anziane signore dal fascino ancora forte, tra le rughe dell'esperienza, che cercano di domare il tempo e l'amore, giovani intenti nella ricerca di archivi di carta e digitali in cui trovare gli oscuri segni del sanguinoso dramma del secolo breve, una figlia lontana le cui angosce tramutano in madre di sua madre, eccentrici irlandesi intenti nella cerimonia della pesca alla trota e che vivono accanto a terre d'acqua che sembrano a Pablita O'Connor la rivisitazione magica dei torrenti del suo Piemonte settentrionale. Tutto converge alla ricerca di un significato ultimo in cui lo scorrere del tempo segnato dagli affanni quotidiani è intriso dal ricordo vivido e forse anche crudele di costellazioni di eventi storici (la ritirata delle Brigate Internazionali dalla Spagna nell'aprile del 1939, l'oppressione poliziesca dei regimi fascisti, ma anche l'Irish Republican Army, the only undefeated army), eventi che affiorano dal profondo di un coinvolgimento personale a cui nessuno è riuscito a sottrarsi, nemmeno quel Malachy O'Connor che lentamente si definisce, come nel racconto di Borges Tema del traditore e dell'eroe o nel romanzo di Pontiggia Il raggio d'ombra, in essere indecifrabile, in eroe incompreso, in vittima e artefice di una grande mistificazione, ma sempre rimane il perno principale attorno al quale si sviluppa questo a tratti misterioso e inquietante e sempre bellissimo romanzo.
Un libro.
La figlia del partigiano O'Connor, di Michele Marziani (Edizioni Clichy)

venerdì 25 agosto 2017

6662 l'intervista e la recensione

Lo scrittore Massimo Lazzari mi intervista e inoltre scrive cose bellissime su 6662, il mio ultimo romanzo appena uscito per i tipi di Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani, collana diretta dallo scrittore Michele Marziani. I testi originali dell'intervista e della recensione li potete leggere qui. Di seguito riporto il testo della bellissima recensione:

6662 è un libro che fin dal titolo e dalla struttura dei capitoli fa l’occhiolino a 2666 di Bolano, uno dei miei libri preferiti in assoluto. Ma, seppure i riferimenti allo scrittore cileno ricorrano frequentemente all’interno del libro, le analogie finiscono qui. Sì, perché 6662 non è affatto una serie di romanzi, anzi non sarebbe neanche corretto definirlo un romanzo. È piuttosto una sorta di sogno lucido popolato di scrittori, editori, personaggi storici e leggendari, che intrecciano le loro storie in modo apparentemente destrutturato. Se proprio dovessi cercare di accomunarlo a qualcosa, allora sarebbe sicuramente un quadro di Hieronymus Bosch: complesso, inquietante, visionario, perfetto e ricercato in ogni dettaglio. La cosa più incredibile è infatti la ricerca della perfezione nell’uso delle parole, nella struttura delle frasi, nelle citazioni, nella costruzione di trame evanescenti e al tempo stesso indiscutibili. Un esercizio di stile che mi fa affermare senza ombra di dubbio che 6662 è, tra tutti i libri che ho letto nella mia vita (e sono tanti), quello scritto meglio.

mercoledì 16 agosto 2017

6662

Una cifra? Un numero? Un simbolo? Un romanzo? Qualunque cosa sia è uscita il 3 agosto per i tipi di Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani. L'ho scritta io? Penso di sì, ma a volte non ne sono sicuro; ho come l'impressione disumana che si sia composta da sé. Dovrei dire qualcosa a proposito di essa, oppure a sua (mia?) difesa, spiegazione, esegesi? Preferirei di no, anche perché io stesso non sono del tutto convinto che appartenga a questo tempo, spazio, continuum. Sul sito dell'editore è possibile averne sue notizie qui. Michele Marziani, direttore della collana, ne scrive così
Per ora in ebook. Dopo l'estate anche di carta.
Che la circolarità del tempo (e dei tempi) sia sempre con voi.
Buona lettura.



martedì 15 agosto 2017

Il quattordicesimo numero de Il Colophon



Per tutti gli appassionati di riviste letterarie ecco la nuova uscita de Il Colophon, la rivista di letteratura edita da Antonio Tombolini Editore. Questa volta il tema è Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest e la scelta la spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Come sempre ci sono alcuni miei contributi: l'articolo California dreamin' per tutti coloro che sono appassionati di visioni letterarie particolari, periferiche, contaminate e un po' lisergiche; la recensione di Quando guardo verso Ovest, silloge di racconti di Massimo Lazzari; un mio racconto inedito, scritto appositamente per Il Colophon, Non luogo a procedere. Illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura e buon ferragosto!

martedì 18 luglio 2017

Perdere tempo su internet, di Kenneth Goldsmith (Einaudi)

Quando Paul Claudel installò nella sua casa una delle primissime linee telefoniche sembra che François Mauriac commentasse acidamente: “Ora dovrà correre a ogni squillo come un lacchè”. Come tutti i media elettrici anche il telefono comunque entrò nei romanzi così come il cinema, la radio, la televisione. Anche internet inizierà ad avere un suo posto nei romanzi, dapprima come protagonista di assolute visioni cyberpunk, e poi si adagerà nell'uso quotidiano dei personaggi dei romanzi come un banalissimo telefono. Se esiste un narratore che compone una vera e propria mistica del telefono questi è William T. Wollmann che nelle prime pagine di Europe Central  fa assurgere lo strumento di bachelite a protagonista della genesi della barbarie bellica del ventesimo secolo. Ma, al di là del temporaneo misticismo telefonico di Wollmann, soltanto la televisione, tra tutti i media elettrici, ha creato attorno a sé una produzione, soprattutto in veste di saggio, in cui gli umani utilizzatori del medium si domandano quale sia l'essenza di quel medium medesimo. E se, come afferma Marshall McLuhan, ogni medium contiene in sé tutti i media che lo hanno preceduto, internet, come e più della televisione, è oggetto e soggetto di una narrazione letteraria e saggistica che lo analizza, lo mitizza e lo maledice al contempo. Narrazione interpretativa del medium che avviene spesso utilizzando il medium stesso, in un gioco di specchi borgesiano dove alla fine la mappa del territorio si sviluppa in modo così ipertrofico e specifico da essere completamente sovrapponibile allo stesso territorio che intende rappresentare.
Sono i postmoderni che, nella sovrabbondanza narrativa volutamente cercata ed espressa con tonalità ridondanti e onnicomprensive, colgono l'occasione di fondere, con il mezzo della parola scritta, l'apparizione di più media possibili, e Don DeLillo è tra i primi a rendere protagoniste dei suoi romanzi installazioni e performance artistiche silenziose ma pregne di significante, nel tentativo letterario di gettare un ponte che unisca la multiforme varietà di piattaforme sulle quali si sviluppa l'espressività artistica degli esseri senzienti (Thomas Pynchon, altro maestro del postmodernismo letterario, darà invece, a terzo millennio ormai inoltrato, una sua lettura, come sempre tra l'agghiacciante e l'umoristico, del cosiddetto “lato oscuro” di internet in La cresta dell'onda).
Il titolo di questo saggio di Kenneth Goldsmith è volutamente fuorviante, così come volutamente fuorviante potrebbe essere una performance artistica che conduce lo spettatore/lettore verso confini che sono stati prima negati e poi invece palesati con sapiente ed esperta maestria, ma se pensiamo che Kenneth Goldsmith è sì poeta ma anche intellettuale avvezzo a frequentare l'arte moderna e contemporanea, che dai tempi della pop art usa fondere e contaminare i vari media, e a conoscere i tempi e i modi delle ibridazioni visive e narrative, ecco che tutto si spiega.
L'internet che Goldsmith celebra è strumento di comunicazione, di apprendimento, di circolazione di notizie vere e false, luogo in cui esprimersi a livello artistico e luogo che è esso stesso performance artistica e zona in cui il medesimo spaziotempo si ridistribuisce in fasi mai conosciute prima. Internet è creta da plasmare per creare, creta che nel medesimo istante in cui viene plasmata a sua volta plasma chi la sta plasmando, in un affascinante e inquietante rapporto quantistico che determina l'esistenza dell'osservato in quanto esiste un osservatore che, a sua volta, esiste in quanto esiste l'osservato.
Perdere tempo su internet non mitizza e non demonizza il medium, ma lo presenta in tutte le sue sfaccettature, positive e negative, immense e meschine, istituzionalizzate e fuorilegge. Un medium elettrico che per la prima volta non solo contiene in sé tutti i media che lo hanno preceduto, ma che li reinterpreta, li reimposta, li resetta e, cosa forse disumana ma tuttavia estremante seducente, reinterpreta, reimposta e resetta gli stessi esseri senzienti.
Un libro.
Perdere tempo su internet, di Kenneth Goldsmith (Einaudi).

lunedì 17 luglio 2017

La grande Blavatsky, di Francesca Serra (Bollati Boringhieri)

Un fiume carsico di dottrine esoteriche attraversa il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Dottrine che si sono sovrapposte alle mode culturali di fine Ottocento derivate dalla scoperta del misterioso Oriente, dovuta anche all'espansionismo coloniale europeo, e che sono il naturale sviluppo delle teorie del complotto totalizzante che, così attive oggi forse ancor più di ieri, traggono origine dal tentativo di spiegare la rivoluzione francese in termini teologici e millenaristici compiuto dal gesuita francese Augustin Barruel. Quel fiume carsico che ha la sua fonte nel tardo Settecento inevitabilmente non può che ottenere afflussi ulteriori dalle teorie antisemite che si propagano nell'Ottocento per mezzo di libelli redatti ad arte dall'Ochrana, la polizia politica zarista, strumento poliziesco che lentamente affonda nel magma russo fatto di imperatori ormai incapaci di comprendere il proprio impero, di schiere immense di servi della gleba, di mistici violenti e viziosi che assurgono a ruoli di potere. Libelli e teorie complottistiche ad uso sia di reazionari impenitenti che discendono in linea retta dagli incroyables francesi, sia di criptocapitalisti pronti a finanziare al contempo comitati centrali leninisti e corpi franchi dall'ideologia che fonde militarismo prussiano ultraconservatore e allucinazione futurista.
Un nome su tutti ricorre nei testi di chi ha tentato di interpretare questo misterioso palesarsi di teorie e nei proclami di chi queste teorie ha abbracciato: Helena Blavatsky. 
Russa, aristocratica, emigrata come gli emigrati sconfitti a Valmy ma, a differenza di questi, emigrata ben prima che la Russia si trasfigurasse in esperimento antropo-ideologico, quasi a far sorgere il sospetto che lei, la dea del mistero, la profetessa di universi sconosciuti, idolatrata dai suoi seguaci come messia ultimo e odiata dai suoi detrattori come pericolosa truffatrice e ciarlatana in cerca di mezzi finanziari di sostentamento, già conoscesse, per concessione di saggi spettri tibetani, quali sarebbero state le mutazioni politiche del mondo.
Spiritismo, visioni tibetane e caucasiche, apparizioni della Thule, intersecazioni politiche, ideologiche, economiche, potentati mondiali che forse hanno un inquietante retaggio mistico, satanismi in nuce e nazismi magici ancora embrionali, sette esoteriche in cui si incontrano poeti, letterati, membri del parlamento di Sua Maestà e futuri rivoluzionari dispotici; tutto questo misterico caravanserraglio che ha avuto la capacità di condizionare il divenire della storia degli ultimi due secoli del secondo millennio è mirabilmente descritto e decrittato da Francesca Serra in questo interessantissimo saggio/romanzo o romanzo/saggio che scopre il caleidoscopio di connessioni, di coincidenze e di sincronismi che ruota attorno alla figura della Blavatsky.
La genesi di un pensiero occulto, il lento affermarsi di una gnosi laica e già  postmoderna prima ancora che il modernismo trionfasse, vengono in questo libro presentati tra brume londinesi, paesaggi metropolitani nuovayorkesi, porti del Mar Nero, quasi in una salgariana successione di eventi tra loro enigmaticamente concatenati che collegano addirittura, per mezzo del trait d'union teosofico della nobile russa, l'Eroe dei Due Mondi e Adolf Hitler, estremi storici di una linea del tempo che si trasforma in una circolarità di eventi in cui le leggi della fisica perdono ogni efficacia. Arrivato all'ultima pagina il lettore non potrà che chiedersi se la realtà è divenuta illusione o se è quest'ultima invece ad essere sempre stata la sola e unica realtà.
Un libro.
La grande Blavatsky, di Francesca Serra (Bollati Boringhieri).