martedì 18 luglio 2017

Perdere tempo su internet, di Kenneth Goldsmith (Einaudi)

Quando Paul Claudel installò nella sua casa una delle primissime linee telefoniche sembra che François Mauriac commentasse acidamente: “Ora dovrà correre a ogni squillo come un lacchè”. Come tutti i media elettrici anche il telefono comunque entrò nei romanzi così come il cinema, la radio, la televisione. Anche internet inizierà ad avere un suo posto nei romanzi, dapprima come protagonista di assolute visioni cyberpunk, e poi si adagerà nell'uso quotidiano dei personaggi dei romanzi come un banalissimo telefono. Se esiste un narratore che compone una vera e propria mistica del telefono questi è William T. Wollmann che nelle prime pagine di Europe Central  fa assurgere lo strumento di bachelite a protagonista della genesi della barbarie bellica del ventesimo secolo. Ma, al di là del temporaneo misticismo telefonico di Wollmann, soltanto la televisione, tra tutti i media elettrici, ha creato attorno a sé una produzione, soprattutto in veste di saggio, in cui gli umani utilizzatori del medium si domandano quale sia l'essenza di quel medium medesimo. E se, come afferma Marshall McLuhan, ogni medium contiene in sé tutti i media che lo hanno preceduto, internet, come e più della televisione, è oggetto e soggetto di una narrazione letteraria e saggistica che lo analizza, lo mitizza e lo maledice al contempo. Narrazione interpretativa del medium che avviene spesso utilizzando il medium stesso, in un gioco di specchi borgesiano dove alla fine la mappa del territorio si sviluppa in modo così ipertrofico e specifico da essere completamente sovrapponibile allo stesso territorio che intende rappresentare.
Sono i postmoderni che, nella sovrabbondanza narrativa volutamente cercata ed espressa con tonalità ridondanti e onnicomprensive, colgono l'occasione di fondere, con il mezzo della parola scritta, l'apparizione di più media possibili, e Don DeLillo è tra i primi a rendere protagoniste dei suoi romanzi installazioni e performance artistiche silenziose ma pregne di significante, nel tentativo letterario di gettare un ponte che unisca la multiforme varietà di piattaforme sulle quali si sviluppa l'espressività artistica degli esseri senzienti (Thomas Pynchon, altro maestro del postmodernismo letterario, darà invece, a terzo millennio ormai inoltrato, una sua lettura, come sempre tra l'agghiacciante e l'umoristico, del cosiddetto “lato oscuro” di internet in La cresta dell'onda).
Il titolo di questo saggio di Kenneth Goldsmith è volutamente fuorviante, così come volutamente fuorviante potrebbe essere una performance artistica che conduce lo spettatore/lettore verso confini che sono stati prima negati e poi invece palesati con sapiente ed esperta maestria, ma se pensiamo che Kenneth Goldsmith è sì poeta ma anche intellettuale avvezzo a frequentare l'arte moderna e contemporanea, che dai tempi della pop art usa fondere e contaminare i vari media, e a conoscere i tempi e i modi delle ibridazioni visive e narrative, ecco che tutto si spiega.
L'internet che Goldsmith celebra è strumento di comunicazione, di apprendimento, di circolazione di notizie vere e false, luogo in cui esprimersi a livello artistico e luogo che è esso stesso performance artistica e zona in cui il medesimo spaziotempo si ridistribuisce in fasi mai conosciute prima. Internet è creta da plasmare per creare, creta che nel medesimo istante in cui viene plasmata a sua volta plasma chi la sta plasmando, in un affascinante e inquietante rapporto quantistico che determina l'esistenza dell'osservato in quanto esiste un osservatore che, a sua volta, esiste in quanto esiste l'osservato.
Perdere tempo su internet non mitizza e non demonizza il medium, ma lo presenta in tutte le sue sfaccettature, positive e negative, immense e meschine, istituzionalizzate e fuorilegge. Un medium elettrico che per la prima volta non solo contiene in sé tutti i media che lo hanno preceduto, ma che li reinterpreta, li reimposta, li resetta e, cosa forse disumana ma tuttavia estremante seducente, reinterpreta, reimposta e resetta gli stessi esseri senzienti.
Un libro.
Perdere tempo su internet, di Kenneth Goldsmith (Einaudi).

lunedì 17 luglio 2017

La grande Blavatsky, di Francesca Serra (Bollati Boringhieri)

Un fiume carsico di dottrine esoteriche attraversa il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Dottrine che si sono sovrapposte alle mode culturali di fine Ottocento derivate dalla scoperta del misterioso Oriente, dovuta anche all'espansionismo coloniale europeo, e che sono il naturale sviluppo delle teorie del complotto totalizzante che, così attive oggi forse ancor più di ieri, traggono origine dal tentativo di spiegare la rivoluzione francese in termini teologici e millenaristici compiuto dal gesuita francese Augustin Barruel. Quel fiume carsico che ha la sua fonte nel tardo Settecento inevitabilmente non può che ottenere afflussi ulteriori dalle teorie antisemite che si propagano nell'Ottocento per mezzo di libelli redatti ad arte dall'Ochrana, la polizia politica zarista, strumento poliziesco che lentamente affonda nel magma russo fatto di imperatori ormai incapaci di comprendere il proprio impero, di schiere immense di servi della gleba, di mistici violenti e viziosi che assurgono a ruoli di potere. Libelli e teorie complottistiche ad uso sia di reazionari impenitenti che discendono in linea retta dagli incroyables francesi, sia di criptocapitalisti pronti a finanziare al contempo comitati centrali leninisti e corpi franchi dall'ideologia che fonde militarismo prussiano ultraconservatore e allucinazione futurista.
Un nome su tutti ricorre nei testi di chi ha tentato di interpretare questo misterioso palesarsi di teorie e nei proclami di chi queste teorie ha abbracciato: Helena Blavatsky. 
Russa, aristocratica, emigrata come gli emigrati sconfitti a Valmy ma, a differenza di questi, emigrata ben prima che la Russia si trasfigurasse in esperimento antropo-ideologico, quasi a far sorgere il sospetto che lei, la dea del mistero, la profetessa di universi sconosciuti, idolatrata dai suoi seguaci come messia ultimo e odiata dai suoi detrattori come pericolosa truffatrice e ciarlatana in cerca di mezzi finanziari di sostentamento, già conoscesse, per concessione di saggi spettri tibetani, quali sarebbero state le mutazioni politiche del mondo.
Spiritismo, visioni tibetane e caucasiche, apparizioni della Thule, intersecazioni politiche, ideologiche, economiche, potentati mondiali che forse hanno un inquietante retaggio mistico, satanismi in nuce e nazismi magici ancora embrionali, sette esoteriche in cui si incontrano poeti, letterati, membri del parlamento di Sua Maestà e futuri rivoluzionari dispotici; tutto questo misterico caravanserraglio che ha avuto la capacità di condizionare il divenire della storia degli ultimi due secoli del secondo millennio è mirabilmente descritto e decrittato da Francesca Serra in questo interessantissimo saggio/romanzo o romanzo/saggio che scopre il caleidoscopio di connessioni, di coincidenze e di sincronismi che ruota attorno alla figura della Blavatsky.
La genesi di un pensiero occulto, il lento affermarsi di una gnosi laica e già  postmoderna prima ancora che il modernismo trionfasse, vengono in questo libro presentati tra brume londinesi, paesaggi metropolitani nuovayorkesi, porti del Mar Nero, quasi in una salgariana successione di eventi tra loro enigmaticamente concatenati che collegano addirittura, per mezzo del trait d'union teosofico della nobile russa, l'Eroe dei Due Mondi e Adolf Hitler, estremi storici di una linea del tempo che si trasforma in una circolarità di eventi in cui le leggi della fisica perdono ogni efficacia. Arrivato all'ultima pagina il lettore non potrà che chiedersi se la realtà è divenuta illusione o se è quest'ultima invece ad essere sempre stata la sola e unica realtà.
Un libro.
La grande Blavatsky, di Francesca Serra (Bollati Boringhieri).

lunedì 19 giugno 2017

Exit West, di Mohsin Hamid (Einaudi)

La condizione distopica fa sì che l'ucronia si espanda in universi paralleli che divergono l'uno dall'altro per un'asincronia appena rilevabile che, pur nella sua silente cronicità, li rende così estremamente similari, nella loro pur minima differenza, da permetterne la totale sovrapponibilità. 
La finzione narrativa che nasce da quel Settecento britannico da cui principia la figura del romanziere inteso in senso contemporaneo, appare nelle forme del pamphlet che, una volta sedimentato dallo scorrere dei tempi, si trasforma in romanzo fino al momento in cui all'osservatore appaiono entrambi fusi in un'unica espressione letteraria che, come una particella elementare immersa in un divenire quantistico, è al contempo sia materia sia oscillazione di onde elettromagnetiche.
La sfericità costante della materia dell'universo è paradigma tridimensionale della circolarità bidimensionale del tempo, inteso come prodotto del trasferimento di calore entropico che crea il divenire storico che sempre si ripresenta simile nelle sue differenze, e che è dato in dono agli umani come raccapricciante privilegio di vedere se stessi mutare senza poter essere in alcun modo in grado di governare questa mutazione perpetua che li rende oggettività nel medesimo istante in cui invece inculca in essi l'illusione di essere soggettività.
L'autodefinizione medesima che gli umani cercano di applicare a questa mutazione, a cui danno il nome di Storia, è essa stessa variabile a seconda del punto di vista dell'osservatore e così le “invasioni barbariche” della storiografia trincerata al di qua del Reno divengono “migrazioni di popoli” per la storiografia che invece al di là del Reno ha le sue fortezze e lo stesso Oriente sovietico, per un minuscolo secolo opposto all'Occidente capitalista, si trova oggi a esso accomunato in un Nord planetario che definisce invasioni barbariche quelle che un giorno (in questo momento non ci è ancora dato sapere da chi) saranno considerate migrazioni di popoli e, d'altra parte, i mongoli, considerati dalla minuscola Europa medioevale come un flagello disumano, sono considerati in questo medesimo istante come padri della nazione dalla Cina che ne saggiò per prima l'inarrestabile conquista.
Marc Bloch viene fucilato dalla Gestapo il 16 giugno dell'Anno del Signore 1944 a Lione (ex territorio dei franchi occidentali in quell'attimo quantistico occupato dai franchi orientali che si ammantano di un simbolo forse in uso sin dall'età del ferro e trasmigrato poi in ambiti iranici e tibetani con significati del tutto opposti a quello assegnato dalla circolarità dei tempi in quell'istante). Negli anni Venti del ventesimo secolo del secondo millennio fonda “Les Annales”, gruppo di storiografi che per primi osservano come la mutazione cui gli umani sono da sempre asserviti nasce anche e soprattutto da mutazioni meteorologiche, geografiche, idrografiche, climatiche che, unite alla ferocia bellica propria della specie umana, possono diventare porte attraversate da popolazioni definite barbari o migranti a seconda del lato della porta in cui si trovano. 
Nel 1875 a New York Madame Helena Blavatsky (dea o mistificatrice o profetessa o illusionista illusa) fonda la Società Teosofica e proclama al mondo di essere passata attraverso una porta che l'ha messa in contatto con i maestri che tutto conoscono del divenire dello spaziotempo (Albert Einstein, pur senza mai darne notizia, fu un lettore delle sue opere).
Cliccando sul traduttore di Google le due parole “exit west” otteniamo le tre parole italiane “uscire da ovest”, segnalazione apparentemente neutra, toponomastica, aeroportuale, indicazione da non luogo commerciale, autostradale, anonimo.
Se invece superiamo la soglia della porta che in questo istante quantistico è mimetizzata nell'oggetto tipografico in formato codex che ha per titolo le due parole anglosassoni allora ci troviamo nel nostro presente tra le strade e i palazzi di una metropoli mediorientale, forse mesopotamica, sicuramente eretta sulle rovine di mastabe e ziqqurat sumere che un tempo hanno nascosto altre porte da cui sono passati nomadi iranici, Ittiti e Popoli del Mare. Un presente che si sovrappone esattamente al nostro in cui le strade mediorientali sono solcate da pickup blindati condotti da profeti barbuti armati di kalashnikov e fasciati dalle bandiere nere di qualche califfato che idolatra il monolito islamico e che, mentre da un lato mette al rogo i devices simboli della colonizzazione europea e occidentale, dall'altro ne utilizza la penetrazione digitale per rendere eterna l'immagine plastica della sua lotta creando video di una realtà di orrore che coniuga sangue e tecnologia narrante alla Netflix.
Una metropoli mesopotamica che letterariamente discende in linea retta dalla città claustrofobica de La peste di Camus, aggiornata alla disarticolazione di questo nostro medioevo digitalizzato in cui domina l'errore di parallasse che amalgama i concetti di invasione, fuga da guerre disumane, migrazioni provocate da una silente metamorfosi climatica che è già avvenuta nei millenni, avviene ora e sempre avverrà.
Le porte appaiono misteriosamente e misteriosamente sono presidiate da insondabili uomini armati. Appaiono nella metropoli mesopotamica in cui sanguinarie milizie millenaristiche abbattono un governo forse filo occidentale ma altrettanto sanguinario, appaiono lentamente anche in altri luoghi del pianeta al cospetto di scenari di apparentemente tranquilla vita quotidiana, appaiono sempre più spesso e diventano una sorta di reticolo spaziotemporale con cui la natura cerca forse di regolare lo squilibrio numerico degli umani. Le sottili barriere che delimitavano l'illusorietà di una presenza immutabile di Oriente e di Occidente semplicemente svaniscono perché esistono solo nell'illusione degli umani e paesaggi urbani di future guerriglie diffuse si appalesano lentamente nella contrapposizione militare di chi è portato suo malgrado dalla corrente dell'eterna migrazione umana e di chi invece ha ottenuto a caro prezzo una stanzialità lottando per affrancarsi dal suo nomadismo originario.
Una ad una saltano le sicurezze e le certezze ingannevolmente acquisite e le vite quotidiane sono trafitte dal contrasto ormai planetario della mutazione climatica, geopolitica e sociale. Il lettore attento avrà il dovere di leggere Exit West di Mohsin Hamid perchè dalle pagine di questo imprescindibile romanzo si comprende il raccapricciante privilegio che il destino ci ha concesso: quello di essere al contempo soggetti, oggetti e testimoni di una millenaria mutazione al cui termine niente potrà mai più essere come prima.
Un libro.
Exit West, di Mohsin Hamid (Einaudi)

venerdì 16 giugno 2017

Il comandante dello zucchero, di Raphaël Confiant (Calabuig)

Come un'inquietante icona sensualmente e morbidamente immobile la canna da zucchero sovrasta e racchiude in sé tutta la vita di una colonia francese, la Martinica degli Anni Trenta prebellici, che si appalesa fra le righe di questo romanzo come una visione tagliata dal bianco e nero di un film generato dalle percezioni surrealiste di Jean Vigo.
Tutto è canna da zucchero: la vita, la morte, l'amore, l'odio, la carnalità, la sopraffazione, la gioia, il passato, il presente e il futuro. E tutto poi sarà inevitabilmente zucchero, zucchero dolcissimo e al contempo amarissimo, zucchero fonte di ricchezze smisurate, di ambizioni disumane, di sfruttamento infinito, di innamoramenti sfrenati, di rigogliose tentazioni e meschinità eterne nel loro riproporsi quotidiano.
Gerarchie che nascono da sottili sfumature del colore della pelle, che incardinano generazioni maledette dal pigmento africano reiterato da secoli di accoppiamenti tra schiavi ora appena affrancati e generazioni che improvvisamente vedono il loro destino lievitare leggermente più in alto per il loro sangue, trasfiguratosi ora nel momentaneo e fortuito frutto dell'incontro sessuale con geni europei che ne sanciscono definitivamente la definizione di mulatto e, con essa, l'elevazione sociale al di sopra di tutti ad eccezione di chi, nato dall'amplesso fasciato da lenzuola creole, detiene il potere economico in virtù del fatto di essere bianco di lingua francese.
Neri condannati dalla loro stessa forza sovrumana, mulatti che tentano un riscatto sociale che mai comunque li affrancherà del tutto, bianchi latifondisti che cavalcano tra i campi come ombre febbricitanti di feudatari carolingi e bianchi falliti, squattrinati, alcolizzati che si attaccano al chiarore del loro pigmento come a un lasciapassare che possa prima o poi concedergli l'illusione di poter evadere dai loro inferni interiori.
In questo eterno altipiano umano e agricolo, dove le figure sembrano sovrapporsi alla scenografia di un panoramico e maledetto dipinto fiammingo del Quattrocento, si muove Firmin, il comandante dello zucchero, personaggio creato in un alternarsi di prima e terza persona narrante, mulatto che si aggrappa a quella sua parentesi genetica che lo pone a metà strada tra l'inferno e il paradiso, uomo che si è fatto da sé nel silenzio della consapevolezza della propria provvisorietà sociale e umana e che è giunto al grado di comandante di una piantagione di canna da zucchero. Al di sopra di tutti i neri. Al di sotto di tutti i bianchi.
Raphaël Confiant non scrive solamente un romanzo ma governa il divenire di un intero universo, un universo che sembra lontanissimo dalla sua contemporaneità tanto sono profondamente incardinati in esso i pali portanti di una struttura sociale, politica, economica che riproduce se stessa come una parentesi del tempo dove l'immobilismo coloniale rende tutto simile a un'eterna linea d'ombra conradiana immersa in una bonaccia da cui niente e nessuno potrà mai fuggire.
Un libro
Raphaël Confiant, Il comandante dello zucchero (Calabuig).

lunedì 12 giugno 2017

Il tredicesimo numero de Il Colophon



Di questa rivista ne ha parlato la settimana scorsa Edoardo Camurri nel corso del programma radiofonico Pagina Tre. E Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore è da pochissimi giorni online con il suo tredicesimo numero. Il tema di questa volta è Le avventure di Pinocchio e il motivo lo spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Ovviamente ci sono anch'io con un articolo su Mark Twain, il "primo vero scrittore americano", come lo definì William Faulkner e con un mio racconto inedito
Come sempre ci accompagnano le meravigliose illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 9 maggio 2017

Guerre di Rete, di Carola Frediani (Laterza)

John Le Carré disse di essere entrato in una profonda crisi creativa dopo la caduta del Muro di Berlino, evento che aveva determinato la fine della Guerra Fredda, perché prima il mondo era semplicemente diviso in due blocchi, gli Usa e l'Urss. Da una parte c'era la Cia, dall'altra il Kgb. Dopo la caduta della cortina di ferro per l'intelligence di ogni nazione sarebbe stato estremamente difficile discernere i veri nemici e i veri alleati e così anche per uno dei più grandi scrittori di libri di spionaggio. 
Da allora sono passati ormai quasi trent'anni e la storia non solo non è finita, come aveva preconizzato Francis Fukuyama, ma ha imboccato vie che una generazione fa erano difficilmente pronosticabili. La fine del socialismo reale, il riesplodere dei nazionalisti, il confuso rapporto tra Occidente e Islam (che dalla guerra dell'Afganistan, passando per gli attentati alle Torri Gemelle, è giunto fino al palesarsi dell'estremismo più radicale e sanguinario del Califfato, in un gioco politico mondiale in cui gli interessi economici tra Oriente e Occidente sono così intrecciati che i ruoli di terrorista, patriota, alleato e nemico diventano spesso evanescenti, sovrapponibili e intercambiabili nelle zone più oscure e sommerse della politica mondiale) si sono intrecciati con la rivoluzione digitale che ha portato il web da esperimento tecnico militare destinato a pochi siti di altissima tecnologia a vera e proprio ecosistema che si avviluppa alla realtà quotidiana di tutti noi.
Già Thomas Pynchon, e altri non poteva essere, nel 2014 pubblica La cresta dell'onda. In quel romanzo il grande scrittore postmoderno affronta narrativamente il tema della penetrazione inarrestabile del web, della digitalizzazione delle nostre vite e degli angoli più sottotraccia che questa rivoluzione tecnologica partorisce in se stessa come tante backdoor destinate a sfuggire a qualsiasi controllo, ovvero a essere controllate da chi questo controllo non dovrebbe mai avere.
È singolare, ma al contempo affascinante, che un saggio come Guerre di Rete, scritto da Carola Frediani, si legga con la fluidità geniale di un romanzo postmoderno e illustri lo stato dell'arte di quelle che sono le aree telluriche e inquietanti che vivono sottotraccia all'ecosistema del web e della parallela digitalizzazione mondiale.
Cripto-guerre combattute senza esclusione di colpi, multinazionali della sicurezza informatica che mantengono rapporti oscuri con webscassinatori criminali dei sistemi da loro stesse creati, orde di hacker anonimi che a seconda dei giorni, o degli interessi, indossano la maglietta dell'anarchico libertario o quella dell'informatore dei servizi segreti, attacchi informatici falsamente rivendicati e artificiosamente attribuiti, una costante guerriglia a colpi di virus informatici tra Stati Uniti, Russia e Cina, tra Iran e Israele, mercati celati nelle darknet in cui si vendono milioni di dati sensibili e personali, sottratti a centinaia di banche dati mediante software malevoli e di kit del ricattatore informatico che passano di mano in una infinita filiera di appalti, subappalti e compravendite a colpi di bitcoin.
Lo stesso browser TOR, che permette a chi lo installa di avere accesso alle darknet, è sviluppato da integerrimi difensori delle libertà individuali e al contempo finanziato da agenzie di intelligence. Le stesse agenzie e governi vedono al loro interno il costante confronto tra chi vuole un web libero e chi invece lo vuole controllato e spiato, un confronto che spesso sconfina nella produzione di accuse reciproche di truffa e di molestie sessuali. 
Dove si ferma la tutela della privacy e dove inizia la sicurezza della collettività? Uno smartphone o un pc devono rimanere inviolabili oppure possono essere violati da polizie e gendarmerie? E se la loro violazione fosse necessaria per individuare un serial killer o un pedofilo internazionale? E se invece la stessa violazione servisse a uno stato totalitario per spiare, individuare, arrestare, torturare gli oppositori democratici?
Guerre di Rete è un libro fondamentale per il lettore che voglia confrontarsi con queste tematiche complesse e inquietanti. Carola Frediani scrive un saggio completo, dinamico, imprescindibile che, come un tempo si sarebbe detto, si legge tutto d'un fiato come una spystory. Il problema è che in quella spystory ci siamo dentro tutti.
Un libro.
Guerre di Rete, di Carola Frediani (Laterza).

mercoledì 3 maggio 2017

Gli huligani, di Mircea Eliade (Calabuig)

Romania, anni Trenta dell'ultimo secolo del secondo millennio, anni Trenta di quel secolo breve che ha insanguinato il mondo con la mesmerizzazione dei corpi e delle anime operata delle ideologie totalitarie di destra e di sinistra, anni Trenta che segnano un sottile confine tra due guerre mondiali che la storiografia più avanzata inizia a definire come una seconda guerra dei Trent'anni, dopo la prima nella quale, nel corso del Seicento, i corpi e le anime furono straziati nel sanguinante confronto tra cattolici e protestanti.
Curzio Malaparte, mentre si trova nel 1941 ai confini orientali della Romania nei primi giorni dell'Operazione Barbarossa, la definisce in Kaputt come luogo dagli echi agghiaccianti e inquietanti, luogo in cui si parla una lingua apparentemente latina ma che in realtà cela strutture slave, luogo in cui accanto a palazzi che ricordano i fasti dei boulevards di Parigi si fermano carovane di strani animali da soma che sembrano dromedari. Lo stesso Roberto Bolaňo, nel suo icasticamente magico 2666, pone in Romania uno dei nodi da sciogliere della sua fitta e babelica trama e lo fa narrando fatti lì accaduti proprio nel momento in cui la Romania rimane abbagliata dal canto delle sirene che proclamano un nuovo ordine mondiale all'insegna dell'Asse.
Il nome di Mircea Eliade percorre come un fiume carsico il pensiero europeo post bellico, in cui incarna il ruolo quasi sciamanico di colui che ha guardato nell'abisso ma che è riuscito per tempo a ritrarsi e a fare in modo che l'abisso non guardasse in lui. Pronunciare il nome di Mircea Eliade nei settari anni Settanta del secolo scorso era sinonimo di preoccupante filofascismo, mentre l'indubbio merito di Eliade è stato quello di analizzare il dolore dell'umanità per mezzo del sincretismo culturale, la ricerca dell'arcano, del misterico, dell'esoterico, di tutti quegli attimi spaziotemporali che Carl Gustav Jung avrebbe definito "archetipi".
In questo senso Gli huligani è un forte ritratto dai toni potentemente dostoevskijani di una generazione che, come un magnete impazzito, ha attratto su di sé la disarticolazione morale e umana nata dalla contaminazione e dalla ibridazione di quel coacervo immaginificamente e tragicamente anarcodittatoriale che è stato espressione della negazione totalizzante di qualsivoglia razionalità messa in scena dalla demoniaca illusione rappresentata dal nazismo e dallo stalinismo. I personaggi di questo romanzo si muovono in una "no man's land" morale e ideologica che si trova al centro di una deflagrazione di universi che è sul punto di compiersi. Nessuno è più se stesso ma tutti sono costretti a interpretare una parte, senza farsi domande, lasciandosi trasportare verso l'avvicinarsi di una tempesta che al contempo atterrisce e affascina. I corpi che si avvinghiano in una carnalità fine a se stessa altro non sono che immagini divinatorie di altri corpi che ben presto saranno sì ancora reciprocamente avvinghiati ma stavolta nel fango segnato dai cingoli dei carri armati, la gestione apparentemente libera del sesso altro non è che maschera tragica con cui celare ai propri occhi la consapevolezza di essere soltanto automi imbellettati alla affannosa ricerca di una memoria che si rivelerà orribilmente inesistente. Gli huligani è la fotografia della negazione morale, civile e politica degli esseri senzienti. Quella negazione che, dopo la seconda guerra dei Trent'anni, pensavamo fosse stata definitivamente debellata ma che invece la lettura di questo romanzo fa comprendere come sia ancora più presente adesso, in questo buio inizio di questo per ora oscuro terzo millennio.
Un libro.
Gli huligani, di Mircea Eliade (Calabuig).

domenica 9 aprile 2017

Il dodicesimo numero de Il Colophon


Fresco di citazione sul sito di Treccani come uno dei magazine più significativi dell'attuale critica letteraria Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore è alla sua dodicesima uscita. L'argomento di cui si parla in questo numero è Gente di Dublino e il motivo lo spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Come faccio sin dal primo numero anche in questo scrivo qualcosa: un articolo sulla presenza triestina di James Joyce, una recensione dell'Ulisse nella traduzione di Gianni Celati e una recensione a Il giorno che incontrammo Roddy Doyle di Max O'Rover. Il tutto accompagnato come sempre dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

sabato 25 marzo 2017

Europe Central, di William T. Vollmann (Mondadori)

Andare oltre i confini della letteratura, superare gli spazi angusti delle parole, costruire una dimensione narrativa che trasli i tempi, le immagini, gli spazi e trasfiguri la Storia in una espansione neocosmica di roccia e di particelle elementari che si coniugano nell'alternarsi dei sentimenti dell'orrore, dell'odio e dell'amore, fino a giungere all'attimo generativo di un codice genetico di pura essenza diamantina al cui cospetto il lettore, coinvolto e attratto, rimane come un essere che esprime tutto se stesso in una eterna iconodulia di ciò che i suoi organi visivi stanno leggendo.
Europe Central è il monolito narrativo che tutto genera e contiene nella definitiva consapevolezza che la Storia è elemento partecipativo e genetico della meravigliosa e demoniaca aggregazione di atomi nel punto iniziale del tempo in cui tutto è materia e tutto è al contempo evanescenza.
William T. Vollmann è il supremo artefice di questa elaborazione umanoide, di questa allitterazione senziente i cui segnali sembrano arrivare da fessure spaziotemporali poste ai confini dell'anima eterna che presiede alla morte e alla vita.
Europa, appendice asiatica di un continente indefinito nella sua bidimensionalità di città medioevali e steppe mongoliche, generata e creata da misteriche afferenze mesopotamiche, stuprata da penetrazioni indoeuropee, terraferma narrata da Vollmann nell'attimo antopofago di ideologie nazicomuniste di ferro, acciaio e sangue, nell'istante mercantile di democrazie liberali plutocratiche e senza futuro, nel momento in cui una nuova e seconda guerra dei trent'anni destruttura il Novecento e lo riaggrega in una forma bellica costante in cui il delirio ipnotico delle ideologie assolute si fonde con la credenza millenaristica di una scienza che tutto può dominare.
Il risveglio è di orrore, di morte, di sentimenti contratti nell'istante tetanico di un morbo che incancrenisce gli umani e la loro produzione cerebrale definita Storia da quegli stessi umani che ne sono partoriti e sbranati al contempo, in una espansione eterna e circolare di nanosecondi che segnano senza fine l'immobilità dell'urlo di orrore che trafigge gli anni luce dall'apparizione del Tempo di Planck sino alla entropia di ogni emissione di luce e di calore.
Europe Central è romanzo monumentale, mappatura quantistica del misterioso punto o istante in cui macro e microcosmo si coniugano, generando altri universi ancora sino al momento finale che altro non potrà essere se non principio di una reiterata raffigurazione in cui un'altra Storia di sopraffazioni si ripeterà solo parzialmente differente quel tanto che basti a configurane, per una volta ancora, l'illusione dell'artefatta progressione.
Un libro.
Europe Central, di William T. Vollmann (Mondadori).

venerdì 10 marzo 2017

Golk, di Richard Stern (Calabuig)

Se le teorie di Marshall McLuhan e di Vance Packard sulla manipolazione dei media potessero avere una rilettura in chiave narrativa questa non potrebbe che essere rappresentata da questo bellissimo romanzo di Richard Stern, una inquietante precognizione dai risvolti sottotraccia sottilmente phildickiani e vonneguttiani, una profezia letteraria che, scritta sul finire degli anni Cinquanta e pubblicata nel 1960, anticipa di venticinque anni le Confessions of a dangerous mind di Chuck Barris.
In una New York anni Cinquanta, dalle patinate ambientazioni che sembrano evadere silenziose da un romanzo di Truman Capote illustrato dalle tele di Edward Hopper, singolarità umane, segnate da nomadiche nevrosi e riservate asocialità, vengono lentamente assemblate da un calvo e istrionico demiurgo che le arpiona una ad una trasfigurandole dal ruolo passivo di vittima a quello di carnefice in una simulazione televisiva la cui essenza è quella di burlare gli inconsapevoli protagonisti e di mandarne poi in onda, previa firma della relativa liberatoria, lo sbalordimento e la ridicole posture. Coinvolte nella struttura di produzione di questo format televisivo le poche ex vittime prescelte dal demiurgo, e per suo mezzo cooptate nella ristretta cerchia dei coautori, lentamente assistono alla invasione delle proprie vite, delle proprie anime, del proprio assetto mentale da parte di una macchina scenica innovativa a tal punto da riuscire a trasformare le quotidiane meschinità degli esseri umani in seducente e attrattiva narrazione per il popolo degli spettatori televisivi. 
È una escalation di sfide quella che il demiurgo pone sia al management della rete televisiva, sia a se stesso. Il suo nom de plume, Golk, diviene metonimicamente il nome stesso delle scene girate, delle burle che ne sono essenza, del programma, dei membri del cast (i Golk) mentre l'eco si espande esponenzialmente attraverso la contrazione del linguaggio giornalistico, il rimbalzo dei media, le chiacchiere da bar, sino alla sua consacrazione fonetica e simbolica di nuovo slogan: "È un Golk!" 
Da apprendista stregone, tuttavia con la angosciante consapevolezza di esserlo, Golk alza sempre di più il tiro della sua creazione teorizzandone gli stadi successivi, numericamente definiti in progressione da conto alla rovescia da guerra nucleare, con appunti scritti su un grande quaderno, tenendo discorsi ai suoi collaboratori come un filosofo della Grecia classica avrebbe fatto sotto un portico di Atene, adombrando mimiche facciali da dittatore bonario. Le dinamiche interne del gruppo sempre di più appaiono quelle di una delle tante sette californiane che popolano le subculture pop degli anni postbellici americani, totalizzando l'amicizia, la complicità, il sesso.
Golk ben sa che nell'universo tutto ha una fine e porta la trasmissione alla sua definitiva e mortale trasformazione da goliardata di strada a inchiesta sulla corruzione politica, coinvolgendo funzionari, senatori, industriali, gole profonde, informatori e doppiogiochisti. È la fine. 
In una sorta di cupio dissolvi in cui non è più possibile comprendere chi sia il corrotto e chi invece il corruttore, Golk, il Golk e i Golk precipitano dal ruolo di carnefici a quello di vittime sacrificali.
Ma come in tutte le migliori visioni postmoderne, di cui a buon titolo Richard Stern potrebbe esserne con questo romanzo considerato una sorta di precursore, non tutto si dissolve. Golk scompare nel nulla, ma per anni decine saranno le segnalazioni di sue fuggevoli apparizioni in ogni angolo degli States. Come un messia mediatico Golk vive nella e della sua scomparsa. Chi dice di averlo intravisto non lo descrive mai sofferente o angosciato, ma dal sorriso beffardo di chi sa che tutto è stato, è e sempre sarà solo e soltanto un Golk.
Un libro.
Golk, di Richard Stern (Calabuig).

martedì 7 marzo 2017

Intervistato da Upside Down Magazine

La rivista digitale Upside Down Magazine (che ha uno stuzzicante sottotitolo: Film, Book & Food Love) redatta da un gruppo di bravissime scrittrici mi intervista. Si parla di lettura, di scrittura, dei miei romanzi, di pianure, di trilogie e altro ancora. L'intervista integrale si può leggere qui.
Grazie ancora alla redazione e buona lettura! 


lunedì 6 marzo 2017

L'odore del riso a San Giorgio di Lomellina

Dove se non nel cuore della Lomellina, il territorio più a nord in cui si coltiva il riso, poteva essere presentato il mio romanzo L'odore del riso, edito da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani?
Domenica 12 marzo 2017 alle ore 16 a San Giorgio di Lomellina presso la sala consiliare in Piazza Pietro Corti 12.
Questo romanzo con Notte di nebbia in pianura e Sette sono i re compone la mia Trilogia della pianura.


sabato 11 febbraio 2017

L'undicesimo numero de Il Colophon


Da pochi giorni è uscito l'undicesimo numero de Il Colophon. Rivista d letteratura di Antonio Tombolini Editore. L'argomento di questa volta è "Per brevità chiamato artista" e il motivo ce lo spiega qui il direttore della rivista Michele Marziani. In questo numero scrivo di Jorge Luis Borges, recensisco I quarantanove racconti di Ernest Hemingway e A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti. Inoltre c'è anche un mio racconto inedito: Il giorno in cui le pagine dei libri diventarono bianche.
Come sempre le bellissime illustrazioni che accompagnano ogni pezzo sono di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 31 gennaio 2017

L'ultima notte del Rais, di Yasmina Khadra (Sellerio)

Romanzare la storia, decifrare gli avvenimenti politici attraverso lo strumento della narrazione è cosa che da sempre trova dimora nella letteratura. Di un romanzo può essere storico lo sfondo, scenografia sulla quale altri personaggi si muovono, può essere storico il divenire della trama che si trasfigura e si fonde a volte con il saggio. La storia è il grande palcoscenico sul quale la letteratura mette in scena le sue narrazioni che spesso diventano interpretazione e coscienza critica. Complessa è invece l'arte di mimetizzarsi nella volontà di un personaggio storico. Il pericolo è che il narratore non sfugga a stereotipi o manierismi. Questo non succede a Yasmina Khadra, nom de plume femminile dello scrittore algerino Mohamed Moulessehoul. L'ultima notte del Rais descrive il crollo di un regime attraverso il punto di vista di chi di quel regime è stato fondatore e incarnazione. I momenti ultimi di ogni dittatura sono paradigma dei sentimenti più crudi degli esseri umani. Momenti in cui la fedeltà, il tradimento, la violenza, la sopraffazione si stendono come un sudario di morte sulle anime dei protagonisti e spesso il ruolo dei carnefici e quello delle vittime si fondono in un'atavica ordalia le cui definizioni si perdono nell'alba dei tempi, incise a fuoco tra le oscurità del cervello rettiliano che vive nelle menti degli esseri senzienti come elemento che precede e vive prima di ogni evoluzione.
La cosiddetta primavera araba che agli inizi degli Anni Dieci del Terzo Millennio scosse, e scuote ancora, il Nordafrica e il Medio Oriente è un avvenimento ancora misterioso, difficile da analizzare, in cui legittime richieste di democrazia si sono fuse con strumentalizzazioni eterodirette, con interessi economici di stati e superpotenze, con conati neocolonialisti e interessi petroliferi, mischiati a guerre sante che sembrano organizzazioni criminali e organizzazioni criminali che sembrano guerre sante, terrorismi a volte creati ad arte e antiterrorismi che di quei terrorismi si nutrono, in una planetaria strategia della tensione in cui le parti del torto e della ragione si fondono in un grande gioco in cui i vincitori sono sempre gli artefici del caos.
In questo scenario appare Mu'ammar Gheddafi, colto nell'attimo della fuga, nel momento della disfatta, nell'istante del crollo sanguinoso del suo governo; solo, circondato da pochi fedeli, braccato, ammorbato dal fetore della morte prossima ventura. Modello narrativo di ogni dittatore ritratto nel momento in cui viene gettato nella polvere, il Gheddafi di L'ultima notte del Rais è ectoplasma politico, carnefice ora trasformato in vittima, burattinaio che ha tragicamente perso l'arte di muovere i fili, costretto ora nel ruolo di morente marionetta che alla fine sembra addirittura trasfigurarsi nel palesamento ultraterreno di una santità blasfema, sfigurata e oltraggiosa che unisce a sé tutto l'orrore del mondo. L'onniscenza narrativa generata dal punto di vista dell'autore non è mai fine a se stessa ma diviene qui strumento per analizzare, comprendere, sezionare le dinamiche eterne e sempre uguali del potere. L'ultima notte del Rais non è solo un romanzo, ma è anche congegno, chiave, grimaldello necessario che va ben oltre la presbite analisi storica e la miope analisi politica e giornalistica e apre uno spazio narrativo nuovo che, nel confronto inevitabile con le analisi coeve, diventa invece imprescindibile. Netto negli stilemi e essenziale nella dinamica ci fa ricordare che spesso l'aspetto meno scontato della letteratura, quello che Roberto Bolaňo definiva pericolosità, è l'unica possibilità che abbiamo per comprendere il mosaico ingannatore della realtà.
Un libro.
L'ultima notte del Rais, di Yasmina Khadra (Sellerio).   

martedì 17 gennaio 2017

Ultime lettere da Montmartre, di Qiu Miaojin (Calabuig)

Romanzo epistolare che semina tracce di dolore tra Parigi e l'Estremo Oriente, che invia missive pregne di amore, di disperazione, frutto di una volontà che cerca angosciosamente di sopravvivere, mesmerizzata in una bipolarità geografica che è paradigma di una bipolarità di sofferenza estrema. Ultime lettere da Montmartre è romanzo pieno di amore, di passione, di sentimenti che tentano di coniugare la carnalità con il desiderio assoluto della persona dell'amata trasfigurata in aspirazione all'unione totalizzante di due anime. 
L'amore smarrito di colei che scrive per la sua amata queste missive è un mirabile esempio narrativo di emozioni estreme che trapassano quelle anime femminili e che prevalgono sugli stereotipi della letteratura LGBT, diventando modello dello stesso senso di perdita luttuosa che circonda ogni essere umano che abbia mai provato il senso di soffocante smarrimento nel momento dell'abbandono da parte di chi ha amato più di se stesso.
Gli istanti della definizione dello stato di amante abbandonata, della sua metabolizzazione, della sua elaborazione si scontrano in modo terribile con la presenza costante di una volontà autodistruttiva cui l'io narrante cerca in modo disperato di sottrarsi. I ricordi si affastellano tra i tempi e gli spazi che si accumulano come lacerti di un diagramma che difficilmente trova una sua composizione, dispersi tra appartamenti parigini, aeroporti internazionali, fugaci apparizioni di metropoli nipponiche e taiwanesi, tutte membra di un corpo narrativo e narrato che lentamente e inesorabilmente si avvicinano a un concetto di non luogo in cui l'anima di quel corpo si dissolve sino a diventare evanescenza di un confronto epico al punto che di Eros e Thanatos, che tanto hanno combattuto in queste missive e nelle vite da loro decrittate, rimangono soltanto ombre che annunciano un Ade di afflitto silenzio.
Qiu Miaojin scrive questo romanzo che apparirà nel 1996, un anno dopo il suo suicidio avvenuto proprio in quella Parigi che fa sfondo al romanzo. Ultime lettere da Montmartre è il luogo in cui realtà e finzione si sono fuse, in cui il dolore e la sua narrazione si sono trasfigurati in una solitaria, appassionata, e tuttavia arrendevole, essenza il cui profumo arriva da ogni pagina e lascia al lettore la triste sensazione della perdita di una grande scrittrice.
Un libro.
Ultime lettere da Montmarte, di Qiu Miaojin (Calabuig).